COVID-19 Veneto: non bisogna abbassare la guardia

Il dott. Avruscio in prima linea ricorda i molti colleghi medici ma anche infermieri che per curare e salvare i loro pazienti, sono “caduti” insieme a loro.

Il negazionismo cammina di pari passo con la voce della classe medica che ha vissuto direttamente le notti insonni nel tentativo di salvare le vite umane colpite da Covid. L’aumento dell’incidenza dei nuovi casi di contagio da Coronavirus in Veneto innesca uno stato di allerta tale da coincidere con le nuove ordinanze del governatore Zaia. Ma sin dall’inizio pareri contrastanti hanno contaminato la verità univoca in quanto a Covid. Oggi si è deciso di dar voce anche a chi ha vissuto lo stato di emergenza in fase lockdown e post lockdown dinnanzi agli allarmismi di chi ha seguito le sorti dei contagiati da Covid in prima linea. La voce di oggi appartiene ad un Medico Angiologo presso l’Azienda Ospedaliera di Padova, il Dottor Giampiero Avruscio.

Si chiama Giampiero Avruscio. Il suo curriculum ne delinea la sua professionalità e le sue competenze mediche.

Nato a Cosenza il 14 marzo 1956. Studi universitari compiuti a Padova, compresa la specializzazione in Cardiologia. Pioniere dell’Angiologia Padovana. Medico fra i primi a far parte della prima Angiologia istituzionalizzata del Triveneto dell’Ospedale-Università.

Il medico Avruscio darà i natali e dirigerà la prima Angiologia istituzionalizzata dell”ULSS padovana con sede presso l’Ospedale Sant’Antonio di Padova. Da marzo 2014 ricopre il ruolo di Direttore dell’Angiologia dell’Ospedale-Universita’ di Padova. Dal giugno 2020 è Coordinatore del Dipartimento di “Diagnostica Clinica” dell’Ospedale-Universita’ di Padova, costituto da 12 unità operative complesse tra cui la Microbiologia, il Laboratorio analisi, le Radiologie, l’Anatomia Patologica ed altre. Dai suoi post social presenti nel suo profilo Facebook si denota un alto attivismo sociale tipico di chi sposa il proprio lavoro a mo’ di missione. Ma il suo curriculum descrive anche la sua professionalità che va oltre con al seguito molte pubblicazioni scientifiche e “principal investigator” in diverse sperimentazioni cliniche multicentriche.

Ha organizzato e curato la segreteria scientifica di molti congressi scientifici. È stato Relatore per innumerevoli eventi scientifici. Professore a contratto di Angiologia Medica presso le Scuole di specializzazione dell’Apparato cardiovascolare, di Medicina Interna e di Chirurgia Plastica ed Estetica dell’Università di Padova. Ad incorniciare le sue competenze ci hanno pensato i diversi meriti in suo onore Cavaliere al Merito della Repubblica il 2 giugno 2018 e la proclamazione di “Padovano Eccellente” il 15 marzo 2018 per il contributo Medico, Culturale e Sociale dato alla Città.

INTERVISTA – PERCORSO DAL LOCKDOWN AD OGGI

Durante la fase del lockdown quali sono state le difficoltà maggiori sotto l’aspetto medico?

R. L’aspetto più difficile è stato il controllo del contagio intra-ospedaliero. In provincia di Padova, è stata presa la decisione di chiudere il nuovo ospedale di Schiavonia perché a rischio di diffusione del contagio. Successivamente diventerà ospedale Covid. Se fosse successo a Padova, sarebbe stata una tragedia per tutto il Veneto. È stato di fondamentale importanza fin da quel 21 febbraio riorganizzare gli spazi interni intra-ospedalieri, con il trasferimento di alcuni reparti dalle aree più a rischio a quelle con rischio minore.

Trasformare i reparti di Medicina in reparti Covid. Costruire percorsi COVID separati. Un doppio controllo che i dispositivi di protezione corrispondessero alle normative, l’attivazione immediata di unità di crisi con la Direzione, gli specialisti direttamente coinvolti, i Medici Competenti, la RSSP (Responsabile Servizio Sicurezza e Prevenzione) gli RLS (Responsabili dei Lavoratori per la Sicurezza)…

Tutto questo oltre ad un’attenta sorveglianza sanitaria con tamponi continui e programmati a seconda delle categorie di rischio, hanno permesso all’ospedale-universita’ di Padova di essere uno dei luoghi più sicuri durante tutta l’emergenza: il contagio ospedaliero infatti è stato dell’1,2% come dato cumulativo su 8000 lavoratori “pendolari”, ovvero che andavano e tornavano dall’ospedale, come “residenti” i pazienti covid oltre ai pazienti con il resto delle patologie che non si sono certo fermate con il Covid, con mensa ristorante e bar aperti per tutto il tempo.

Abbiamo avuto una riduzione di attività di circa 20% mentre negli altri ospedali la riduzione è stata anche del 60-70% ed è continuata anche l’attività dei trapianti! Un “modello” di sorveglianza sanitaria nel controllo del contagio che è ha costituito la Linea Guida Regionale.

Si è parlato tanto di autopsie eseguite durante la fase di picco dei contagi, nonostante l’OMS non invitasse in tale direzione. Ritiene che l’esecuzione delle autopsie abbia fornito un valido aiuto nello studio del COVID?

R. Le linee guida dell’OMS che hanno ispirato l’azione del governo per tutta la fase emergenziale, erano concentrate sull’isolamento dei pazienti sintomatici, mentre secondo tali linee guida, i pazienti positivi al Covid-19 ma asintomatici non erano contagiosi.

Già il 10 gennaio invece il prof Andrea Crisanti della microbiologia di Padova allestiva i tamponi “in house” (ovvero senza necessità di reagenti forniti da aziende esterne) e sottoponeva gli studenti cinesi e la Comunità cinese di Padova di rientro dalla Cina dove avevano festeggiato il capodanno cinese, a tampone per evidenziare l’eventualità della positività anche sugli asintomatici.

Lo studio scientifico unico al mondo di Vo’ Euganeo, dove grazie al personale dell’Ospedale-Università di Padova, la croce rossa, la protezione civile e molti volontari, sono stati eseguiti tamponi su tutta la popolazione di circa 3.500 persone in varie fasi, ha dimostrato che la carica virale dei pazienti asintomatici era uguale a quella dei sintomatici e che i pazienti asintomatici costituivano quindi un serio rischio di contagio se non diagnosticati nella popolazione a rischio e isolati. Essere andati “controcorrente” rispetto alle linee OMS del governo, avere avuto disponibilità di 500 mila tamponi che sono serviti non solo per Padova ma per tutta la Regione del Veneto, a confronto con le aree a più elevato contagio ha fatto sì di avere un efficace controllo del contagio, la più bassa letalità (ovvero il rapporto tra il numero di contagiati e il numero dei deceduti), la più bassa mortalità, sia in Veneto che in Italia.

A Padova grazie agli studi autoptici sui cadaveri, anche quando erano vietati dalla legge, è nata la Medicina Moderna che si fa risalire a Vesalio, professore a Padova e autore del De humani corporis fabrica libri septem, prima opera scientifica di anatomia, pubblicata nel 1543 a Venezia, arricchita da una variegata rassegna di disegni e illustrazioni del corpo umano con sfondo la campagna Veneta, della scuola di Tiziano Vecellio. Dopo di lui Fabrici d’Acquapendente fece costruire nell’antico palazzo universitario del Bo’ il primo teatro Anatomico della storia ancora perfettamente conservato, copiato in tutta Europa. In questo teatro Anatomico campeggia una scritta in latino: “Mors ubi gaudet succurrere vitae”, ossia “Dove la morte è lieta di soccorrere la vita”, a significare che le autopsie servono per curare i vivi, conoscendo con certezza le cause che hanno portato alla morte. E così è stato per i pazienti deceduti da Covid-19, dove a Padova sono state condotte le autopsie non scevre da rischi per portare alla conoscenza che il Covid-19 è una patologia multi organo, che interessa il sistema cardiovascolare, i reni, i polmoni, che altresì provoca alterazioni della coagulazione con trombosi venose in diversi distretti e conseguenti embolie polmonari anche fatali.

La presenza in Ospedale-Università di Padova di eccellenze plurispecialistiche è stata un’ulteriore “carta vincente” contro il Covid-19 perché ha permesso di affrontare in modo globale e con un più efficace approccio plurispecialistico tale patologia. Inoltre la possibilità delle molteplici sperimentazioni effettuate dal Tocilizumab, al farmaco antivirale Remdesivir, la trasfusione di plasma con anticorpi dei pazienti guariti e altro ancora, hanno permesso di non arrivare al limite massimo di disponibilità di posti letto in rianimazione. Ciò avrebbe significato la tragedia di dover decidere chi attaccare o meno al respiratore. Grazie a tutto ciò che siamo riusciti tempestivamente ad approntare, non è mai successo e nessuno di noi si è trovato, e non auguro a nessuno mai, di trovarsi in una situazione che come Medici non vogliamo mai ritrovarci perché chiamati a curare e a salvare vite e non il contrario!

Ad oggi ritiene che il virus sia più facile da gestire perché è più debole oppure perché la mole di contagi è rapportata al numero di personale medico?

R. Finché non avremo a disposizione farmaci o il vaccino che può proteggere gran parte della popolazione, non possiamo abbassare la guardia! Il “modello Padova” ha dimostrato che con un’attenta sorveglianza sanitaria, il contagio può essere contenuto ai minimi termini.

Oggi c’è una maggiore coscienza nell’individuazione dei contagi anche nei pazienti asintomatici, il tracciamento dei contatti, il loro isolamento. I nostri ospedali al momento infatti non presentano elementi di “crisi” anche se le ospedalizzazioni sono in aumento così come i contagi. È importante ripeto non abbassare la guardia: il virus per diffondersi usa un’unica arma: il nostro corpo. Noi possiamo essere nemici o alleati del virus a seconda anche dei nostri comportamenti.

Il disagio della mascherina, della distanza sociale, la continua igiene delle mani ci preserva da un disagio che può diventare tragedia. Faccio un esempio: se il ponte di Genova fosse stato chiuso per la necessaria doverosa manutenzione, sono convinto che la gente di fronte al traffico rallentato e alle ore di coda oltre al tragitto più lungo, avrebbe protestato e si sarebbe lamentata forse imprecando. Non possiamo però sempre ragionare con la mentalità che deve crollare un ponte perché ci accorgiamo che era meglio manutentarlo. Senza nessuna nota polemica, credo che la differenza tra un Medico e un Politico è quella che noi sappiamo bene il concetto di prevenzione e che prevenire è meglio che curare. Purtroppo i tagli operati sull’assistenza e sul personale ospedaliero negli anni da tutti governi non ha favorito e non favorisce certo tale atteggiamento culturale. Dai nostri ospedali sono sempre più coloro che si licenziano per andare a svolgere la loro attività sul Territorio dove sicuramente il rischio clinico è minore, oppure emigrano all’estero dove sono accolti a braccia aperte e meglio valorizzati!

Dinnanzi ai negazionisti da Covid, cosa si sente di dire?

R. Chi ha vissuto direttamente l’emergenza, con tutto il mondo bloccato e solo gli ospedali come sempre al lavoro 24 ore al giorno, con turni asfissianti, padri e madri che non hanno visto la loro famiglia perché la loro vita era quasi sempre accanto ai loro pazienti, che non tornavano a casa per il timore di contagiare i loro cari… ricordando i molti colleghi medici ma anche infermieri che per curare e salvare i loro pazienti, sono “caduti” insieme a loro, senza neanche un ultimo saluto ai propri cari…chi ha vissuto quei giorni di emergenza con il pianto che non riesci a trattenere dopo 12 ore di lavoro continuo per quelle vite che non sei riuscito a salvare…credo che il Rispetto delle Persone debba prevalere su qualsiasi opinione!

È innegabile che la nostra vita è cambiata, così come non è stata più la stessa dopo il vile tragico attentato delle torri gemelle. Siamo meno spensierati quando viaggiamo in aereo e siamo molto più controllati negli aeroporti. Abbiamo preso coscienza che se vogliamo la sicurezza, è necessario qualche disagio. In qualsiasi evento storico c’è stato e ci sarà chi nega sia successo o teorizza complottismi di ogni genere. Come Medici abbiamo fatto un giuramento, quello di curare ogni Persona, indipendentemente da etnia, sesso, stato sociale, orientamento religioso, ideologia…compreso il negazionismo! Ma spero vivamente che a nessuno, negazionista o meno, capiti di vivere l’emergenza come quella che abbiamo vissuto in questa tragica “trincea”…

La dedizione del Dottor Avruscio è sottolineata dal bisogno d’informare costantemente in merito all’evoluzione dell’emergenza Covid pertanto gli viene posto un ultimo quesito.

Ci può dire la sua opinione dell’effetto dell’uso prolungato delle mascherine all’aperto?

R. È evidente l’aumento del numero dei contagi, soprattutto in alcune regioni precedentemente “preservate”. L’aumento della sorveglianza sanitaria con l’aumento dei tamponi, fa scoprire un maggior numero di contagi e questo permette il tracciamento dei contatti e il conseguente isolamento, impedendo l’ospedalizzazione e l’occupazione dei posti di rianimazione.

Il lockdown avvenuto in marzo è stato fatto perché tutto era fuori controllo e non si era approntato il sistema di sorveglianza sanitaria come è in atto oggi, con l’attenzione non solo ai pz sintomatici, ma anche verso gli asintomatici. Nell’ambito del SSN abbiamo 21 SSR diversi e alcune Regioni del sud soffrono di una carente strutturale organizzazione sanitaria rispetto a quelle del nord, per cui si opera in un Territorio disomogeneo e a diversa densità abitativa.

Il DPI (dispositivo di protezione individuale) se correttamente utilizzato è un presidio importante nella riduzione del contagio, insieme al distanziamento sociale e all’igiene delle mani, come ormai sentiamo da tempo. È chiaro che di fronte all’aumento dei contagi deve aumentare proporzionalmente la sorveglianza sanitaria: avere misure restrittive all’interno delle scuole e nessun controllo negli assembramenti che si formano prima dell’ingresso e all’uscita, rischia di rendere vani tutti gli sforzi, così come l’organizzazione di feste private in cui non si osservano le misure preventive.

Le mascherine di protezione se indossate in modo idoneo hanno quindi un importante significato quando siamo con persone all’aperto, nei mezzi pubblici, in tutti gli assembramenti…ma come si fa a controllare che le persone indossino i presidi idonei e non un pezzo di stoffa qualsiasi? Come si fa a controllare che quella mascherina è indossata da giorni e ha ormai perso la sua efficacia? È chiaro quindi che si vuole dare un messaggio generale di attenzione, considerando anche l’abbassamento dell’età media sia dei contagiati che degli ospedalizzati, ma come in tutte le cose, lo spirito civico e soprattutto il buon senso deve guidarci in tutti i nostri comportamenti.

Dopo tanto raccontarsi del medico Avruscio, è sembrato come immergersi in quel momento d’emergenza e rivivere il lockdown attraverso le sue vesti di medico. Sicuramente il COVID è stato un fulmine a cielo sereno che ha travolto tutta l’umanità e negazionismo o no sarà sempre encomiabile la dedizione e l’abnegazione di taluni camici bianchi che hanno chiuso gli occhi e aperto il cuore alle persone spaventate dal Covid. Complimenti al Dottor Avruscio ed a tutto il suo team!

PhotoCredit: Giampiero Avruscio, gentile concessione dell’intervistato

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