Skip to main content

Rimborsi spese socio-assistenziali: “No allo scorporamento dal budget di sanità pubblica”

Non si fermano di fronte a nulla. Nemmeno di fronte ai malati gravissimi.
Fratelli d’Italia e Lega hanno riscritto una riga della legge 730 del 1983. Una sola riga. Ma basta quella per scaricare sui pazienti nelle Rsa e sulle famiglie una parte enorme dei costi dell’assistenza.
Nel nuovo testo si specifica che il Fondo Sanitario Nazionale copre solo le spese “esclusivamente sanitarie”, anche se collegate all’assistenza socio-sanitaria.
Tradotto: se una prestazione ha una parte sociale, come spesso accade nei casi più gravi, quella parte non è più a carico dello Stato.
E non parliamo di casi marginali. Parliamo di malati gravissimi, con patologie talmente complesse che sanitario e socio-sanitario sono la stessa cosa: pensate, per esempio, all’igiene delle persone bloccate a letto con le piaghe.
Con la misura di Lega e Fdi, solo una parte della spesa, cioè quella esclusivamente sanitaria, sarà garantita dallo Stato. Il resto, migliaia e migliaia di euro, finirà sulle spalle dei pazienti e delle famiglie.
No, non è un errore tecnico. È una scelta politica.
E mentre lasciano le famiglie da sole a pagare, non definiscono nemmeno cosa sia “esclusivamente sanitario”. Così, un domani, potranno dirti che il pasto in ospedale non è sanitario. Che il cambio del pannolone non è sanitario. E così via, all’infinito.
Questa non è solo una norma. È il loro manifesto politico, quello in cui il diritto alla cura non è universale, ma dipende dal tuo portafogli.
Si riempiono la bocca delle parole “vita” e “famiglie”, ma le calpestano ogni giorno. La nostra sanità pubblica sta morendo: la salute è diventata un affare privato!
Per le cittadine e i cittadini italiani la sanità pubblica è la casa comune. Una casa edificata più di quarant’anni fa, attraverso la nascita del Servizio sanitario nazionale, per garantire cure uguali e gratuite per tutti, in ogni angolo del Paese. Sono casa i reparti di ginecologia nei quali hanno visto la luce i nostri figli e le ostetriche che li hanno aiutati a nascere. È casa il Pronto Soccorso in cui tante volte ci siamo recati per un’emergenza, senza mai trovarlo chiuso. Sono casa gli studi dei medici di medicina generale, così familiari specie per chi ha una malattia cronica e così prossimi a dove viviamo, e gli infermieri e gli altri operatori sanitari che si occupano dell’assistenza al nostro domicilio. Sono casa gli ospedali dove siamo stati ricoverati, operati, rimessi in salute. Sono casa anche i letti delle cure palliative dove abbiamo visto morire i nostri cari o i Consultori, i Centri vaccinali, le farmacie di prossimità sempre aperte al pubblico. Perché è casa il luogo che ti accoglie, ti cura, ti protegge. Il luogo di cui ciascuno è padrone, perché ha a disposizione, che sia povero o che sia ricco, quello che serve per curare un malanno ma anche farmaci e tecnologie innovative, spesso molto costose, per curare un tumore o una malattia rara.
Ma questa nostra casa comune è in pericolo ed è urgente intervenire. Per anni il nostro Servizio sanitario nazionale è stato privato di risorse; spesso anzi è stato considerato l’unico ambito da cui attingere per ripianare i conti. Per decenni si sono ridimensionate e diradate le strutture sanitarie e, soprattutto, si è ostacolato ogni investimento sulle professioni sanitarie. Per decenni si sono imposti tagli lineari in tutti gli ambiti, dalla sicurezza degli edifici sanitari ai farmaci. E neanche si è puntato sulla prevenzione, da sempre la cenerentola della sanità pubblica, che produrrebbe salute liberando, quindi, risorse economiche.
Poi la pandemia. Tutte le cittadine e i cittadini hanno capito quanto fosse importante la sanità e quanto fosse fondamentale la capacità del Servizio sanitario di assicurare risposte rapide, di prossimità, e la necessità che sul territorio vi fossero strutture di riferimento e tanti operatori in campo.
Oggi però, a pochi mesi dall’attenuarsi dell’emergenza, nell’agenda e nelle scelte di politica pubblica, questi sembrano ricordi sbiaditi mentre la valanga di scelte improvvide che durano da decenni si abbatte sempre di più sulla nostra carne viva:

Rimborsi spese socio-assistenziali, Confad: “No a scorporamento da budget di sanità pubblica”

L’approvazione dell’emendamento proposto al Ddl 1241 avrebbe due importanti conseguenze: “lo spostamento degli oneri verso gli enti locali con costi maggiori per le famiglie e il mancato diritto all’accesso alle cure secondo il principio di universalità del SSN per le persone non autosufficienti”

“Collide con il principio della presa in carico globale della persona”: è questa la principale motivazione con la quale il Coordinamento nazionale delle famiglie con disabilità (Confad) boccia l’emendamento proposto dalla vicepresidente della Commissione Sanità del Senato, Maria Cristina Cantù, al Ddl 1241 “Misure di garanzia per l’erogazione  delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia  sanitaria”. Confad teme che i rimborsi delle spese socio-assistenziali di rilievo sanitario possano essere separati dalle spese sanitarie e scorporate dal budget della sanità pubblica.

Le prestazioni non di carattere prettamente sanitario

L’emendamento in questione riguarda il rimborso delle “prestazioni della persona bisognosa di cura e assistenza (come l’igiene personale, la vestizione, la nutrizione, la mobilizzazione) non di carattere prettamente sanitario, ma che per molte persone con una patologia e/o disabilità grave/gravissima sono da ritenersi indissolubilmente connesse con queste, di conseguenza inscindibili da esse”, osserva il Confad in una nota. “Esiste il  timore più che fondato che vi saranno enormi ricadute negative sulla qualità della vita di queste persone”, aggiunge il Coordinamento. Prevedendo che siano a carico del Fondo Sanitario Nazionale solo le attività strettamente sanitarie, le famiglie con disabilità osservano che l’emendamento “si pone in rotta di collisione con il principio della presa in carico globale della persona”.

Due rischi concreti

Di fatto, aggiungono, questo “da una parte significa che al paziente non è garantita la valutazione reale della sua condizione e, dall’altra, che gli oneri dell’assistenza della persona graverebbero sulla famiglia”. Per questo il Confad esprime “forte contrarietà nei confronti dell’emendamento” e avanza “seri dubbi sulla legittimità della  norma”. L’approvazione definitiva dell’emendamento, prosegue la nota, avrebbe due importanti conseguenze: “lo spostamento degli oneri verso gli enti locali con costi maggiori per le famiglie e il mancato diritto all’accesso alle cure secondo il principio di universalità del Sistema Sanitario Nazionale per le persone non autosufficienti”.

Fonte: Sanità Informazione

La “letterina” di Luciana Littizzetto inviata qualche giorno fa a “Che tempo che fa” è un enorme atto d’amore alla sanità PUBBLICA. Che non è né gratis né scontata. La paghiamo noi (non tutti) con le nostre tasse. E va difesa in ogni modo e con ogni mezzo da chi vorrebbe spolparla.

Da leggere e rileggere e mandare a memoria.