Quando l’informazione è salute: Pandemia da SARS COV-2

Emergenza sanitaria, Piano pandemico e Informazione:: cosa non ha funzionato?

Esiste un’arte nella comunicazione, l’uso della parola come terapeutica in quanto tale, anche quando dà notizie che possono non piacere. La pandemia da Sars-Cov-2 ha confermato, come molte epidemie precedenti, che controllare e comunicare un’epidemia o una pandemia non è un processo lineare. E questo perché stiamo parlando non solo di numeri, grafici, proiezioni, ma anche di relazioni personali, sociali, culturali e politiche.

La verità è che siamo in guerra, contro un nemico che si chiama virus. Ci vuole quindi una catena stretta di comando, e in una guerra comandano in pochi, a tempo determinato e non tutti, e ci sono degli ordini e dei divieti di intervento. La popolazione deve essere informata sempre e in verità, le cose non vanno affatto edulcorate e mitigate. Esattamente come aveva impostato la comunicazione Anthony Fauci , che è bravo, credibile, autorevole e rispettato (poi esautorato dall’amministrazione Trump. Non meglio, in Italia, ci si è comportati nell’approccio terapeutico sin dal giorno della comparsa del Virus il 21 febbraio ad oggi.

All’inizio nessuno sapeva niente sulla gestione di questi pazienti, poi sono emerse informazioni importanti: le persone sono morte per trombosi venose polmonari, e questo riscontro è venuto fuori grazie alle autopsie eseguite per la prima volta in Germania. Il nostro sistema di finanziamento a DRG prevede sì l’autopsia, ma è costosa, e allora cosa si fa ancora per risparmiare? Si tagliano i soldi lì, invece di investire in conoscenza.

Perché l’autopsia è fondamentale per capire come si svolge la malattia: tutto quello che è venuto dopo, il cortisone, l’eparina, l’aspirina, lo dobbiamo proprio a questa procedura. Certo, siamo in attesa del vaccino, o di un antivirale, di anticorpi monoclonali, strumenti che ci permetteranno di riprendere una vita normale ma, nel frattempo, ciascuno di noi dovrebbe riflettere su come dal 2012 è stata massacrata la sanità assieme alla scuola!

Sono saltati i piani di gestione della epidemia, ci siamo trovati scoperti senza medici di medicina generale, senza dispositivi di protezione prodotti in Italia, continuando a dare alla Cina la produzione di questi dispositivi, anziché potenziare la produzione in Italia. Ecco che la Cina ha venduto anche prodotti scadenti al miglior offerente. Insomma, è venuta a mancare la cultura del rischio, cultura degli scenari di gravità e di cosa poter mettere in campo.

La SARS COVID-19 è una patologia allarmante, e non sarà neanche l’ultima pandemia, se non si mettono a processo ingegnerizzato queste situazioni. Questa seconda SARS, a differenza della prima, è la dimostrazione di una incredibile assenza di gestione dell’emergenza delle epidemie.

Ai tempi della SARS alla guida del Ministero della Sanità il professor Girolamo Sirchia, storico primario di ematologia all’ospedale policlinico di Milano, è stato Ministro della Salute dal 2001 al 2005, durante il quale ha dovuto affrontare l’emergenza SARS; è noto anche per la sua legge contro il fumo (legge 16 gennaio 2003, n. 3) , che non solo ha impattato sulla salute degli Italiani ma è stata ripresa come modello in tutti i paesi Europei.

In una sua recente intervista così il professor Girolamo Sirchia ricorda quel tempo. Allora avevo la fortuna di avere una forte amicizia con il segretario di stato americano Tommy Thompson , che si occupava di salute (sotto l’amministrazione Bush, non ascoltato, insisteva sul problema della mancanza di copertura assicurativa per la salute dei cittadini, mentre gli Stati Uniti continuavano a investire soldi nell’esercito.

Proprio in quel tempo Scoppiò la SARS e venni a conoscenza della loro organizzazione di un Center for Disease Control .  Di fatto ho ripreso il modello americano, l’organizzazione dei centri, emanato il Decreto Legge n. 81/2003 (convertito in legge 138/2004): il CDC è governato dal direttore della prevenzione del ministero e dai direttori regionali per la prevenzione, e il suo obiettivo è analizzare, in una rete internazionale con un nucleo di esperti, le epidemie che si manifestano nel mondo e se queste possono arrivare in Italia. Se la probabilità non c’è, si vigila senza intervenire, se c’è, al contrario si costruisce un piano epidemiologico con tre scenari possibili, lieve, medio, e grave.

Per ognuno di questi piani poi si fa un programma d’azioni, dal coinvolgimento di tutta la nazione, alla valutazione dell’approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale (DPI), alla definizione dei protocolli per medici ospedalieri e di territorio, per gli infermieri, per l’esercito e la protezione civile.

Così nello scenario grave, come questo ultimo del 2020, quando arriva l’epidemia non ci si trova nel Caso. Ma noi ci siamo trovati nel caso, potremmo dire nel caos; a oggi ancora manca un piano per la medicina territoriale, si discute ancora su chi deve fare i tamponi.

Cosa è successo quindi a questo CDC? È successo che è stato finanziato sino al 2012 quando, di fatto, da quell’anno in poi il servizio sanitario nazionale è stato smantellato. Siamo sull’orlo da tempo e adesso guardiamo il precipizio, l’emergenza coronavirus ci ha aperto gli occhi. Pur non volendo cadere nel tranello di assegnare ad altri – peggio che mai ad un solo governo – compiti, colpe, responsabilità, negli ultimi anni due sono state le grandi riforme di contenimento della spesa sanitaria del 2012 (governo Monti) e di quelli a venire fino al governo Conte.

Sotto la spinta dell’emergenza economica, in pieno clima da “spending review”, il governo Monti decise di usare l’accetta e imporre un taglio orizzontale del 5% delle uscite per tutte le Asl e per tutti gli ospedali (i tagli sono stati imposti con le manovre finanziarie 2011-2012 e con la legge 65 del 2012 della “spending review”). Una mossa che sarebbe andata bene se l’Italia della sanità fosse una, unita e omogenea. Ma così non è, il provvedimento ha avuto un effetto boomerang, penalizzante per i distretti già sottofinanziati e inefficienti, incapace di eliminare lo spreco in quelli più ricchi.

Tutto è andato a pesare direttamente sui cittadini: prima conseguenza dell’idea partorita da monti il taglio di 7389 posti letto ospedalieri, soprattutto in Emilia-Romagna, Lombardia e Lazio. Allo stesso modo il tasso di ospedalizzazione, cioè il numero di ricoveri medio annuale per 100 mila abitanti, fu abbassato da 180 a 160.

Sono arrivati poi i governi Letta, Renzi e Gentiloni che non hanno introdotto alcuna inversione di tendenza per risollevare le sorti del sistema sanitario. Durante l’operato dell’ex sindaco di Firenze va registrata la legge di Stabilità 2015, la quale chiese alle Regioni 4 miliardi di contributo alle casse statali. Queste, non sapendo da dove prendere i soldi decisero di rinunciare all’aumento di due miliardi di trasferimenti per le spese sanitarie che lo stesso Renzi aveva promesso.

I tagli succeduti nel corso degli anni hanno riguardato anche le spese relative ai dispositivi sanitari di protezione. La citata spending review impose ad esempio il passaggio dal 5,2% del totale del finanziamento del sistema sanitario nazionale a carico dello Stato nel 2012 al 4,8% del 2013, al 4,4% del 2014 e così via.

L’ultima stangata è arrivata dal governo Conte con l’introduzione di Quota 100. L’eco di allarme viene da lontano. Siamo nel 2018 il governo gialloverde (M5s e Lega) provoca un enorme pasticcio negli ospedali con l’introduzione di quota cento per il pensionamento anticipato di chi ha 62 anni di età e 38 di contributi. È sempre il sindacato dei medici Anaao-Assomed a dire: state sbagliando.

Lo fa con uno studio in base al quale entro il 2023, tra medici e dirigenti sanitari, andranno a casa 70 mila dipendenti, sugli attuali 100 mila e 500. L’esodo è sotto gli occhi di tutti si ottiene sommando le 45 mila uscite maturate grazie alla legge Fornero con le 25 mila stimolate da quota 100. C’è l’allarme ma anche una proposta: «È urgente aprire una stagione di assunzioni nella sanità, eliminando il blocco della spesa per il personale introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi-Tremonti».

Ecco, dunque, che nel contesto di questo quadro di riferimento al presentarsi della pandemia nel gennaio del 2020 l’Italia non aveva un piano pandemico aggiornato. Ecco perché la risposta del Governo e del sistema sanitario al Covid-19 è stata confusa, improvvisata ed inadeguata.

Il rapporto in cui si smascherano magagne e incertezze italiane in tema sanità è “Una sfida senza precedenti, la prima risposta dell’Italia al Covid”, realizzato da un gruppo di dieci ricercatori e firmato dal direttore regionale dell’Oms per l’Europa Hans Henri P. Kluge. Quel rapporto, però, sul sito dell’Oms resta per meno di 24 ore, prima di sparire e lasciare posto agli elogi al nostro Paese per quanto fatto.

Partiamo dal principio. Il 13 maggio scorso è finito sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità un rapporto dal titolo “Una sfida senza precedenti, la prima risposta dell’Italia al Covid”. In 100 pagine, 10 ricercatori che lavorano presso il distaccamento dell’Oms, in un palazzo storico di Venezia, hanno fotografato la risposta italiana alla pandemia.

COSA DICEVA IL RAPPORTO

Quella che ne viene fuori è però una fotografia impietosa. L’Italia era impreparata: i ricercatori confermavano che il nostro Paese non aveva un piano pandemico aggiornato ed adeguato. L’obbligo di avere un piano per eventuali pandemia veniva assolto riconfermando un piano del 2006, come dimostrato da Report, programma di Rai3. In quel piano vecchio ed inadeguato, sostiene la trasmissione, c’era scritto di fare entro il 2006 le scorte di anti-virali.

Il dossier sosteneva che medici ed infermieri si contagiavano perchè mancano i dispositivi di protezione e racconta anche i grandi ritardi sui tempi di reazione delle autorità sanitarie, con una guida che è arrivata solo dopo diverso tempo. “Come dire, Ministero della Salute e Regioni non pervenuti”, sostiene il servizio di Report.

IL COMMENTO DI KLUGE

“L’Italia ha uno dei sistemi sanitari più forti, ma quando il Covid-19 è arrivato alle sue porte, il sistema italiano ha sfiorato il collasso. E questo ha creato il panico nel mondo. Al termine della prima fase ed entrando in una fase di transizione verso la cosiddetta normalità, è tempo che l’Italia rifletta sulla sua risposta”, scrive il quel rapporto il direttore regionale dell’Oms per l’Europa Hans Henri P. Kluge.

UN RAPPORTO FATTO BENE

La pessima immagine dell’Italia, però, rappresentava la realtà dei fatti. “Ho visto questo report, mi è sembrato fatto bene, è molto interessante. Una descrizione quasi in tempo reale, cosa che raramente succede con i documenti scientifici”, ha detto Stefanai Salmaso, ex direttrice del Centro Nazionale di Epidemiologia a Report. “Descrive letteralmente quello che è successo”.

LA CENSURA

Il rapporto Oms, però, viene censurato. Quel documento, sul sito dell’Oms, è rimasto meno di 24 ore. E a denunciare la scomparsa, in piena emergenza sanitaria, era stato  Luca Fusco, il Presidente del Comitato “Noi denunceremo” che assiste le famiglie delle vittime del Covid-19.

L’INDAGINE DI REPORT

Il documento scomparso, sostiene Report, “imbarazzava il pesce grosso” Ranieri Guerra, ex direttore del ministero della Salute oggi direttore aggiunto dell’Oms.

Il compito di aggiornare il piano pandemico spettava al Dipartimento Prevenzione del ministero. Tra il 2014 e il 2017, ha raccontato Report nelle scorse puntate, a guidarlo c’era Ranieri Guerra che ad inizio marzo era stato inviato a Roma per volere del direttore generale Oms, Tedros Adhamon Ghebreyesus, in supporto al governo contro l’emergenza Covid-19, ma proprio sotto la sua direzione, i piani non sono stati aggiornati né le autorità sanitarie hanno pensato di fare stock di mascherine e altri Dpi per fronteggiare l’epidemia.

Il servizio di Report andato in onda  https://youtu.be/aYV9vRImgUU

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