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Saltare il parapetto: addio a Laura Santi, fino all’ultimo per la libertà

Laura ha combattuto, morendo. Ha combattuto per una politica che rispetti il confine, il parapetto, che non si arroghi il potere di sostituirsi alle persone nel momento più intimo e assoluto, in nome di una ideologia disumana. Ma anche per la necessità che la sofferenza sia un fatto condiviso, pubblico, che in quel momento nessuno si senta abbandonato.

La scomparsa di Laura santi e le sue incessanti battaglie.

Editoriale di MARCO DAMILANO, Giornalista e saggista, è stato direttore de L’Espresso dal 2017 al 2022. Collabora con Domani e, da settembre 2022, conduce una striscia quotidiana di informazione in onda su Rai3.

Lo scorso 21 luglio 2025 la giornalista 50enne malata di sclerosi multipla è morta dopo essersi autosomministrata un farmaco letale. È stata testimone dell’autodeterminazione fino all’ultimo, ha dedicato le sue ultime energie a smontare pezzo a pezzo il testo di legge sul fine vita che il governo ha portato in parlamento.

« La vita è bella e per me il mondo resterà sempre tremendamente interessante », ripeteva Laura Santi. Era appassionata di tutto, era affamata di sapere come sarebbe andata a finire, era una giornalista. « Cosa succederà a Gaza? Io lo voglio sapere»

Laura Santi aveva 50 anni, quando ne aveva 25 i medici le avevano detto: hai la sclerosi multipla.

Negli ultimi dieci la malattia si era accanita sul suo corpo.

« Voi mi vedete così. Ma non sapete cosa sento». Muoveva solo la mano e l’avambraccio destro, e la testa. « La testa ce l’ho lucida, fin troppo », scherzava. « Non ho mai mollato, ma non si può guarire di sclerosi, è una malattia spietata, irreversibile, progressiva ».

Raccontava dell’intestino da svuotare artificialmente, della fatica neurologica che la costringeva a stare al buio e al silenzio per metà giornata, del marito costretto a fare il caregiver. Di un nemico invisibile, il caldo che accentuava «il calvario, lo strazio, la tortura». Per questo chi di noi l’ha conosciuta sapeva che la notizia poteva arrivare da un momento all’altro.

L’associazione Luca Coscioni, di cui era consigliera generale, ha reso pubblico che Laura Santi è morta nella sua casa di Perugia, applicando il protocollo sanitario di suicidio medicalmente assistito arrivato dalla Asl Umbria a giugno, dopo un lungo iter.

Il suo caso rientrava in pieno nei requisiti fissati nel 2019 dalla Corte costituzionale nella sentenza sul suicidio assistito intitolata a Fabiano Antoniani, DJ Fabo, per cui Marco Cappato fu dichiarato non punibile. Laura ha scelto di oltrepassare il confine. Di saltare il parapetto, la sua immagine ricorrente.

« Il parapetto è qualcosa su cui ti affacci nel vuoto. Il pezzo di carta della Asl ti dice: ti vuoi buttare? Ci pensi e poi rispondi: grazie no, non lo farò domani, e neppure dopodomani. Ma poi avrò la libertà di decidere».

Della autodeterminazione Laura è stata testimone fino all’ultimo, ha dedicato le sue ultime energie a smontare pezzo a pezzo il testo di legge sul fine vita che il governo ha portato in parlamento. « Una legge fatta male è peggio di nessuna legge. I politici fanno di tutto per ostacolare il fine vita, i governi di destra, ma anche quelli di sinistra, non hanno avuto il coraggio di fare una legge decente. Ora quelli di Dio Patria e Famiglia vogliono il comitato etico, vogliono togliere il servizio sanitario nazionale e inserire l’obbligo di cure palliative che non servono a nulla. Si stanno prendendo gioco delle sofferenze di malati gravissimi».

Chiedeva: « Giorgia Meloni ascolterà?».

« Il fine vita non è questione di destra o di sinistra, io so che le persone stanno da questa parte. Ho una marea di amici cattolici, si chiama pietas». Nella sua ultima lettera ha ricordato «un amico speciale», il vescovo Ivan Maffeis, che per Laura Santi ha usato parole delicate e significative: riconoscenza per la condivisione.

In questa battaglia Laura ha messo il suo corpo. E la sua voce con la cadenza umbra che avresti sentito per ore, il suo spirito critico, la sua sensibilità, il suo amore per «ogni angolo, ogni luogo, ogni volto, ogni persona, ogni situazione, ogni cielo, ogni colore, ogni minuscola passeggiata», di cui ha scritto nell’ultima lettera. Contagiosa, spiazzante quando parlava della sua scelta: la possibilità di esercitare un diritto, ma anche di non farlo.

« La vita è una e ce la teniamo ben stretta. Ma il fatto di avere questo pezzo di carta della Asl in mano a molte persone fa sopportare di più il dolore. Con questo pezzo di carta dipende solo da me decidere. Ho avuto momenti in cui avevo attivato una data, poi sono tornata indietro. Ho detto: fermate tutto, ho ancora voglia di vivere. Non ti nascondo che ho paura. La mente e il cuore ci sono ancora, ti dicono che il mondo è interessante, che vuoi bene alle persone, però il corpo non ce la fa più, non ce la fa proprio più, tutte le sere mi parla e mi dice che è ora. Sarà il corpo a darmi la risposta, spero che il corpo sarà sincero. Mi dirà: Laura hai vissuto in maniera piena, adesso la tua esperienza può concludersi.»

Grazie Laura per la tua testimonianza di coraggio. Di vita. Per le cose belle che hai raccontato, che da tempo non potevi più fare, ma che erano ancora vive nei tuoi ricordi e nei tuoi occhi.

Grazie per la tua battaglia, Laura. Non hai combattuto solo per te stessa, ma anche per rendere più umano e civile questo Paese. Pensiamo anche noi che la vita sia un grande dono, in ogni sua fase. E pensiamo che meriti autentico rispetto chi sceglie – per sé – di viverla fino in fondo, anche quando è difficile, se non impossibile, chiamarla vita.

Allo stesso modo meritano rispetto le persone che decidono, in coscienza, di compiere scelte diverse. Come te, che chiedevi semplicemente di potere un giorno decidere o no di mettere fine alle sofferenze, alle torture che la sclerosi multipla ti provocava.

Lo hai scritto, lo hai gridato a tutti noi con parole insieme dure e delicate, con dolore e speranza (sì, speranza) affinché il tuo grido venisse raccolto e accolto.

Non sarai lasciata sola. Le tue parole di dolore e speranza saranno ascoltate.

Un’associazione deve essere al servizio di chi la sostiene e della sofferenza, senza portare illusioni ma operando con l’etica vera, che per noi è il rispetto del malato.

Fai buon viaggio Laura, e che la terra ti sia lieve.

Per noi tutti, ora ci sarà una cosa impossibile da superare e per la quale non esiste alcun rimedio: l’assenza.

Quel vuoto infinito lasciato da chi non c’è più.

L’assenza è una voce che non sentiremo più, eppure ci parlerà dal profondo del cuore nell’ora più buia, nel giorno più difficile.

Gli splendidi versi di Patrizia Cavalli, da “Le mie poesie non cambieranno il mondo” 1974, ci consegnano il senso più alto dell’umana condivisione.

Adesso che il tempo sembra tutto mio e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena, adesso che posso rimanere a guardare come si scioglie una nuvola e come si scolora, come cammina un gatto per il tetto nel lusso immenso di una esplorazione, Adesso che ogni giorno mi aspetta la sconfinata lunghezza di una notte dove non c’è richiamo e non c’è più ragione di spogliarsi in fretta per riposare dentro l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta, adesso che il mattino non ha mai principio e silenzioso mi lascia ai miei progetti a tutte le cadenze della voce, adesso vorrei improvvisamente la prigione.