CCSVI: Diagnosi e trattamento a Ferrara

“Dopo oltre 10 anni si istituzionalizza la diagnosi e l’intervento su una patologia che poteva ben essere trattata in quel tempo”.

Diagnosi e trattamento dell’Insufficienza Venosa Cronica Cerebrospinale (CCSVI) Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara Arcispedale Sant’Anna.

“Nel Febbraio 2020 è stato pubblicato un nuovo articolo con nuovi dati dello studio Brave Dreams che dimostra che l’intervento di angioplastica venosa può essere vantaggioso solo in persone che presentano tipologie di CCSVI adatte. Queste caratteristiche possono oggi essere riconosciute attraverso indagini che nella nostra Azienda vengono eseguite nel nuovo Ambulatorio di Emodinamica del circolo cerebrale extracranico, sempre presso il Centro Malattie Vascolari su prescrizione specialistica neurologica.

I nuovi dati dello studio Brave Dreams promosso dall’Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara, con PI Prof Paolo Zamboni, sono stati pubblicati sul prestigioso Journal Of Endovascular Therapy e sono disponibili al seguente link: https://doi.org/10.1177/1526602819890110

FOTO: Risonanza Magnetica delle vene cerebrali. La freccia gialla dimostra un restringimento della vena giugulare interna, caratteristico della CCSVI

L’Associazione è ben felice di apprendere che dopo oltre 10 anni si istituzionalizza diagnosi ed intervento su una patologia che poteva ben essere trattata in quel tempo. Lungimirante, a questo riguardo, quanto nel 2010 ebbe a dire il professor Fabio Roversi Monaco: il subliminale j’accuse del professor Fabio Roversi Monaco.

Il 26 marzo del 2010 è stato presentato, nella splendida cornice dell’Aula Magna di Palazzo Renata di Francia sede del Rettorato dell’Università di Ferrara, il Centro di Ricerca Interdipartimentale Malattie vascolare diretto dal professor Paolo Zamboni. L’incontro è stato anche occasione per sottolineare gli importanti risultati scaturiti dalla collaborazione tra L’Ateneo Estense e la Fondazione Hilarescere.

All’iniziativa hanno partecipato Patrizio Bianchi, Rettore dell’Università di Ferrara, il prof. Fabio Roversi Monaco, Presidente della Fondazione Hilarescere, il prof. Paolo Zamboni e il prof. Mario Alberto battaglia, Presidente della Fondazione italiana sclerosi multipla.

Proprio dopo l’intervento di quest’ultimo il professor Roversi Monaco, riprendendo la parola, così interviene:  “Non ho detto che la ricerca è lenta. Sono lente le procedure e, talvolta, volutamente lente nel riconoscere gli effetti della Ricerca, e l’ho vissuta “in corpore vili”. E, dunque, sono ben certo di quello che dico. Pronto a dimostrarlo in qualsiasi circostanza. È lento il processo attraverso il quale la società scientifica riconosce gli effetti di ciò che è avvenuto.”

Ma a cosa, o a chi, si riferiva il professor Roversi Monaco citando la sopra riportata locuzione latina! In corpore vili è una locuzione di origine latina di epoca tardo-medievale, che tradotta letteralmente significa “in un corpo vile” (cioè di poco o nessun valore). La sua versione completa sarebbe: Faciamus experimentum in corpore vili “Facciamo un esperimento su un corpo vile”. Motto attribuito in generale ai medici che, secondo l’opinione popolare, facevano le loro esperienze scientifiche su corpi di persone di poca importanza.

Tale motto sarebbe stato pronunciato per la prima volta da alcuni medici del XVI secolo , in una cittadina piemontese (forse Asti): questi furono chiamati a curare l’umanista Marc-Antoine Muret in fuga da Tolosa , ove era stato condannato al rogo per sodomia e, giunto appunto in Piemonte, aveva finito per ammalarsi, e fu scambiato per un vagabondo a causa dell’abbigliamento. Disteso su un letto udì i medici pronunciare tale frase, e intuendo quale fosse il loro scopo, cioè di utilizzare il suo corpo per certi esperimenti, sicuri che del paziente nessuno avrebbe chiesto conto, Muret approfittò di una distrazione dei futuri carnefici, e recuperate le forze se la diede a gambe. Di questa vicenda circolano un paio di varianti, che tuttavia discordano di pochi particolari.

Sotto il video dell’intervento del professor Roversi Monaco

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